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Una fase cruciale per il futuro di emissioni e decarbonizzazione

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Spesso critichiamo il ritardo della politica nel comprendere l’urgenza del contrasto ai cambiamenti climatici. A volte però ci sono delle buone notizie.

 

La pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’IPCC sui rischi connessi col mancato raggiungimento del target di 1,5 °C e sulla necessità di accelerare l’impegno sulle emissioni, oltre a colpire l’opinione pubblica sta infatti incidendo anche sulle scelte di alcune istituzioni.

 

La scorsa settimana, ad esempio, il Parlamento Europeo ha approvato in seduta plenaria una risoluzione per chiedere di alzare dal 40 al 55% l’obbiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti al 2030 rispetto ai livelli del 1990.

 

Pur considerando che le recenti decisioni europee su rinnovabili ed efficienza (32% e 32,5%) già comportavano di fatto un aumento del taglio concordato delle emissioni, il nuovo obbiettivo implicherebbe un’ulteriore accelerazione del percorso di riduzione. La mediazione con la Commissione e gli Stati membri porterà ad un valore intermedio di riduzione, magari ad un dimezzamento delle emissioni del 1990. In ogni caso si tratta di un’importante novità. Con le ultime mosse l’Europa sembra infatti voler riprendere un ruolo di punta nella lotta climatica.

 

In Italia un chiarimento sulla volontà di accelerare e sulle strategie future verrà dal Programma Clima Energia che definirà gli scenari di decarbonizzazione del paese al 2030 e 2050.

 

Questo documento, previsto dall’Accordo di Parigi sul Clima, sollecita ambiziose politiche di riduzione delle emissioni. All’inizio del prossimo anno si aprirà poi un momento di consultazione e sarà quindi possibile dare un contributo di riflessione, con critiche e proposte.

 

Insomma, siamo in una fase cruciale della definizione degli scenari futuri non solo in campo energetico, ma anche in quello dei trasporti, dell’edilizia, dell’agricoltura, dell’industria. Un passaggio che andrà colto e valorizzato.

 

La necessità di accelerare viene anche dall’evoluzione delle emissioni globali di CO2 che, dopo un biennio di stabilizzazione, hanno ripreso a crescere nel 2017 e aumenteranno anche quest’anno.

 

E questo mentre, ricordiamolo, per stare sotto l’aumento di 1,5 °C bisognerebbe azzerare la produzione di gas climalteranti entro 30-40 anni. Una sfida complessa e intrigante che implicherà cambiamenti comportamentali e una revisione del modello economico oltre all’impiego su larga scala delle “disruptive technologies” utilizzabili in campo climatico.

 

Su quest’ultimo fronte si susseguono i segnali positivi. Nei primi otto mesi di quest’anno le vendite di auto elettriche (1,1 milioni) sono cresciute del 69% rispetto allo stesso periodo del 2017. Le quotazioni dei moduli fotovoltaici nel 2018 hanno registrato un calo del 20%. In Germania la danese Ørsted ha vinto un’asta per realizzare 420 MW eolici nel Mare del Nord senza chiedere incentivi.

 

Saranno poi decisivi gli impegni presi. In Europa, ad esempio, le rinnovabili dovranno contribuire per oltre il 55% alla domanda elettrica nel 2030, un risultato che garantirà anche significative ricadute occupazionali.

 

Secondo SolarPower Europe, l’avvio di una attiva politica industriale in questo comparto nella UE consentirebbe di far passare il numero degli addetti diretti e indiretti nel fotovoltaico dagli attuali 120mila a 300mila e una crescita è prevista anche nel comparto eolico che vede oggi 263mila addetti.

 

Obbiettivi ambiziosi e prezzi calanti rappresentano un cocktail ideale per far riprendere anche al nostro paese la corsa dopo un quinquennio di difficoltà.

 

Insomma, siamo ai blocchi dipartenza di una fase delicata, che ha bisogno di segnali forti da parte del governo, anche in considerazione del fatto che gli investimenti in questi settori dovranno almeno triplicare nei prossimi anni. Una prospettiva ideale per attivare innovazione e occupazione. 

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