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Ridurre le emissioni di CO2 non basterà: dovremo anche rimuoverle

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Le emissioni negative non sono più una scelta, ma una necessità (negative emissions are no longer an option, but a necessity).

 

Tra i tanti studi che cercano di modellare il futuro climatico del nostro Pianeta, quello pubblicato su Nature dal Potsdam Institute for Climate Impact Research, Residual fossil CO2 emissions in 1.5-2° C pathways è il più esplicito nel sostenere che bisognerà rimuovere miliardi di tonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera, per avere qualche possibilità di limitare a 1,5-2 gradi il surriscaldamento globale entro la fine del secolo, onorando così gli accordi di Parigi sul clima.

 

Valgono, anche in questo lavoro, tutte le incertezze sull’esatto ammontare di CO2 che l’umanità potrà ancora emettere nell’aria da qui al 2100, il cosiddetto carbon budget.

 

Secondo i ricercatori del Potsdam Institute, il nostro “salvadanaio” di CO2 spendibile senza riscaldare eccessivamente la Terra potrebbe essere molto esiguo, intorno a 200 miliardi di tonnellate (Gt, giga-tonnellate) di anidride carbonica, per rimanere su un percorso di de-carbonizzazione compatibile con l’obiettivo di +1,5 gradi di aumento delle temperature, rispetto ai livelli preindustriali.

 

Per dare un’idea, evidenziano gli autori dello studio tedesco, se continuassimo a emettere CO2 come stiamo facendo oggi, arriveremmo a circa 4.000 miliardi di tonnellate cumulative alla fine di questo secolo.

 

Tuttavia, secondo altre stime, ad esempio quelle dell’IPCC trapelate finora, il carbon budget sarebbe un po’ più elevato, intorno a 550-750 Gt.

 

Il punto, quale che sia la quantità precisa di CO2 a disposizione, si legge nella nota diffusa dal Potsdam Institute, è che i governi di tutto il mondo devono impegnarsi a tagliare molto più velocemente le emissioni, già entro il 2030, rafforzando i contributi volontari predisposti finora (NDC, Nationally Determined Contributions) in vista della CoP24 che si terrà in Polonia a dicembre, la conferenza Onu sul clima.

 

Dai complessi calcoli eseguiti dagli scienziati dell’istituto tedesco, utilizzando differenti modelli integrati (IAM, Integrated Assessment Modeling) per simulare al computer le interazioni tra i fattori economici, sociali e tecnologici che determinano i cambiamenti climatici, emergono altre due considerazioni rilevanti.

 

La prima, che è sbagliato ridurre, come spesso avviene, il dibattito sulla transizione energetica al confronto carbone vs eolico e solare, restringendo il campo alla produzione di energia elettrica pulita.

 

Ci sono settori, come il riscaldamento degli edifici, le attività delle grandi industrie (cementifici e acciaierie ad esempio) e i trasporti, in cui è molto più difficile azzerare l’utilizzo di combustibili fossili.

 

Di conseguenza - ecco la seconda considerazione - anche impegnandosi al massimo livello possibile per elettrificare il mix energetico, fare efficienza e ridurre i consumi, rimarrà un notevole surplus di anidride carbonica associata all’impiego di gas, petrolio e carbone (residual fossil carbon emissions), stimato in circa mille giga-tonnellate al 2100.

 

Così, chiarisce il Potsdam Institute, bisognerà rimuovere almeno 600 Gt di CO2 dall’atmosfera nei prossimi decenni, installando su vasta scala le tecnologie di emissioni negative, così definite perché consentono di catturare e stoccare il carbonio emesso dall’uomo nell’ambiente, come i sistemi CCS (Carbon Capture and Storage) e BECCS che prevedono l’uso di bio-energie.

 

Anche se la fattibilità tecnico-economica di tali sistemi è ampiamente controversa, così come molto dubbia sembra la loro capacità di garantire i risultati sperati. 

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