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La proposta di Piano Energia e Clima è quasi come la SEN 2017

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Per quanto i due documenti (SEN e PNIEC) abbiano una natura diversa, essendo il PNIEC uno strumento previsto in sede comunitaria, si tratta di due documenti che sul piano quantitativo e della strategia energetica si discostano poco.

 

Un primo commento riguarda il “grado di opacità” del PNIEC, con un’esposizione spesso omissiva e con dati quasi “nascosti” (peraltro manca l’appendice di cui si cita solo l’indice). Da questo punto di vista la SEN 2017 aveva il pregio di una maggiore intellegibilità.

 

La principale differenza è data dal ruolo dell’efficienza energetica, in quanto il PNIEC assume gli obiettivi della direttiva EED dell’11 dicembre 2018.

 

In questo modo, la “base energetica” dei due scenari cambia di circa 4 Mtep. La maggiore efficienza introdotta è un semplice approccio di scenario dalla Direttiva: viene del resto dichiarato nel PNIEC che manca una proposta di adeguamento degli strumenti esistenti che dimostri come poter raggiungere l’obiettivo posto dalla direttiva.

 

La quota di rinnovabili sul totale degli usi di energia passa dal 28% della SEN a quasi il 30% del PNIEC, come effetto dei nuovi obiettivi in sede Ue.

 

Da questo punto di vista si tratta dunque di un “aggiornamento” della SEN per così dire “dovuto” in base ai riferimenti normativi e di policy europei attuali (che, come sappiamo, dovranno cambiare e non poco per adempiere gli Accordi di Parigi).

 

Diversamente dalla SEN 2017 in cui vi era una proiezione lineare, nel PNIEC manca ogni riferimento al 2050. Siccome l’obiettivo dichiarato in sede Ue è la decarbonizzazione – mentre il riferimento per la SEN era la Roadmap con un taglio dell’80% delle emissioni di CO2 – andrebbe quanto meno valutato quale sia lo sforzo aggiuntivo da dover introdurre dopo il 2030.

 

Obiettivo per le rinnovabili insufficiente

 

Coerentemente con i criteri indicati dal Regolamento Ue – i dati comunicati e le proiezioni fornite nei piani nazionali integrati per l’energia e il clima dovrebbero basarsi sui dati Eurostat – come riferimento per i consumi finali nel 2016 è stato assunto il dato Eurostat.

 

Analogamente, sono stati utilizzati dati macroeconomici di input compatibili con quelli degli scenari elaborati dalla Commissione Europea, quindi 1,19% come tasso di crescita media annua 2020-2030 del PIL.

 

Se, viceversa, per il 2016 si prende come riferimento il dato sui consumi finali di energia – 125,166 Mtep – fornito dal MiSE (“La situazione energetica nazionale nel 2016”) o – con 122,2 Mtep – quello fornito dall’ENEA (“Analisi trimestrale del sistema energetico italiano – II° trimestre 2018”), la riduzione dei consumi finali richiesta per arrivare all’obbiettivo previsto per il 2030 salirebbe da circa 13 a circa 20 Mtep.

 

Poiché il consuntivo si farà sui dati reali, ammettendo che la crescita del Pil sia quella indicata da Bruxelles, quasi certamente l’obiettivo di decarbonizzazione al 2030 imporrà un contributo delle rinnovabili ben maggiore di quello previsto.

 

Rinnovabili elettriche bloccate sui valori della SEN

 

La prima novità negativa sta nella quota di rinnovabili elettriche che dal 55% della SEN passa al 55,4%: un aumento insignificante, in sostanza non si darà più spazio alle rinnovabili elettriche al 2030 di quanto non fosse già contenuto nella SEN.

 

In realtà, se si fosse replicata la logica della SEN, l’aumento dal 28 al 30% di rinnovabili complessive avrebbe comportato una quota di FER elettriche almeno al 58-59%.

 

Questa traiettoria di crescita molto lieve, in particolare per le rinnovabili elettriche, contraddice anche le indicazioni dell’Ue, che lo scorso anno ha approvato la Renewable Energy Directive (RED II). Tra i punti fermi della normativa c’è proprio quello di sbloccare il potenziale di energia rinnovabile legato alla autoproduzione e all’autoconsumo dei cittadini, i cosiddetti energy citizens. Tale direttiva deve essere recepita nel periodo 2019-2021 in tutti gli Stati Membri, e gli obiettivi del PNIEC dovrebbero tenerne conto.

 

Le FER termiche per raffreddamento e raffrescamento crescono dal 30% della SEN al 31% del PNEC. L’aumento è in realtà maggiore del punto in percentuale perché il numeratore (usi finali di energia) del PNEC è più basso.

 

Non è la prima volta che in un piano viene spostato il ruolo delle rinnovabili termiche a scapito di quelle elettriche (per il raggiungimento del 30% complessivo): era già successo nel Piano d’azione del 2010 (presentato da Clini) e, come per l’efficienza, si tratta di obiettivi non sostenuti da meccanismi certi.

 

La quota di FER nei trasporti rimane la stessa in percentuale, 21% circa, ma stupisce che vi contribuiscano 4,4 milioni di auto ibride e soltanto 1,6 milioni di auto elettriche pure (27% del totale), quando a livelli complessivi di quest’ordine di grandezza le proiezioni nazionali e internazionali prevedono sistematicamente una percentuale di vetture elettriche pure superiore al 50%.

 

Proiezioni che si basano su una considerazione ovvia: non appena le auto full electric diventeranno competitive (presumibilmente tra il 2023 e il 2025), le ibride plug-in – più costose – non le acquisterà più nessuno.

 

In sostanza: aumentando – in modo velleitario – gli obiettivi di efficienza e delle rinnovabili negli usi termici, oltre tutto basate maggioritariamente su una sola tecnologia (pompe di calore), si crea di fatto uno spazio da riempire per tutelare il mercato del gas. Che, come vedremo, è il vero obiettivo strategico.

 

Un compromesso fossile alle spalle delle rinnovabili?

 

Il ruolo del gas naturale al 2030 è di 49 Mtep nel PNEC, a fronte dei 50 Mtep previsti dalla SEN 2017. Ma, siccome il raggiungimento degli obiettivi per l’efficienza e delle FER termiche è ancora da dimostrare (revisione degli strumenti e identificazione delle risorse necessarie), il ruolo del gas potrebbe essere maggiore di quello dichiarato.

 

Infatti, va in­nanzitutto tenuto conto che dieci anni fa gli incentivi generosi per il fotovoltaico avevano attirato soggetti improvvisati (sia sul lato offerta, sia sul lato doman­da) e diverse installazioni sono sta­te completate in fretta per evitare l’entrata in funzione l’anno successivo con incentivi decurtati, riducen­do la qualità media degli impianti, con un conseguente degrado an­nuo della loro efficienza più eleva­to di quello meramente fisiologico: più del 2%.

 

Poiché nel 2009-2013 è stato in­stallato il 90% della capacità foto­voltaica esistente a fine 2017, un simile degrado provocherebbe nel 2030 una perdita di potenza degli impianti realizzati nel 2010-2013 variabile tra il 30% e poco più del 40%.

 

Verso la fine del prossimo decennio saranno però tutti giun­ti a fine periodo di incentivazione (o ad esso molto prossimi), per cui diventerà conveniente sostituire i moduli con altri aventi efficienza significativamente superiore.

 

Ma il PNIEC si occupa solo di revamping/repowering dell’eolico.

 

Sembra in sostanza lo scenario di un “compromesso fossile” tra il phase-out del carbone – da attuarsi soprattutto col gas – imponendo un certo ritardo nel rilancio delle rinnovabili elettriche.

 

L’obiettivo della decarbonizzazione al 2050, se fosse preso sul serio, imporrebbe di non perdere tempo, rilanciare da subito le rinnovabili elettriche essendo questo il settore che dovrà decarbonizzarsi per primo essendo quello più maturo tecnologicamente per poterlo fare.

 

Ciò significherebbe andare al 65% di rinnovabili elettriche al 2030.

 

In conclusione il PNIEC ribadisce di fatto le linee della SEN 2017 – e cioè l’Italia come “hub del gas” – e mira sostanzialmente a garantire il massimo spazio di mercato al gas naturale con un’operazione che appare mirata al “contenimento” delle rinnovabili specie nel settore elettrico, settore nel quale dovrebbe e potrebbe benissimo essere ben superiore al 2030. 

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