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Come sta cambiando l’energia nel mondo

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A quale velocità sta avanzando la transizione energetica globale?

 

In che paesi si stanno diffondendo maggiormente le tecnologie pulite? E dove, invece, le fonti fossili continuano ad avere un ruolo preponderante?

 

Per “afferrare” l’evoluzione del mix mondiale dell’energia con uno sguardo d’insieme, segnaliamo le mappe elaborate da un gruppo di esperti dell’Imperial College londinese e della società di consulenza E4tech: lo studio completo è Energy Revolution: A Global Outlook, commissionato dalla società elettrica inglese Drax, e di seguito presentiamo alcuni dati particolarmente rilevanti.

 

Precisiamo che il documento evidenzia i progressi compiuti negli ultimi dieci anni da 25 grandi economie, considerando alcuni settori essenziali per ridurre le emissioni inquinanti e contribuire così a combattere il cambiamento climatico, in linea con gli accordi di Parigi: potenza installata nelle fonti rinnovabili, diffusione dei veicoli elettrici, efficienza energetica nei trasporti e nelle industrie e così via.

 

Per quanto riguarda quanto sia “pulita” o “sporca” l’elettricità prodotta nel mondo (carbon content): la media è intorno a 450 grammi di CO2/kWh con differenze notevoli tra le aree geografiche.

 

Cina, India, Polonia e Sudafrica, si legge nello studio, utilizzano ancora tanto carbone quindi il loro output elettrico contiene circa il doppio di anidride carbonica rispetto alla media complessiva.

 

Tra 2008 e 2017, chiariscono gli esperti che hanno redatto lo studio, l’intensità del carbonio (carbon intensity) del settore elettrico è diminuita solo del 7% circa. La Gran Bretagna, grazie alla sua politica di carbon pricing, è stato il paese che ha de-carbonizzato più rapidamente di tutti gli altri la generazione di energia.

 

Per ciò che riguarda il mondo dei trasporti viene mostrato a quanto ammontano le vendite di auto plug-in (elettriche pure e ibride).

 

Con l’eccezione della Norvegia, dove quasi metà del mercato è fatta dalle vetture elettriche, nessun paese riesce al momento (dati aggiornati a settembre 2018) ad arrivare al 10% di nuove immatricolazioni di veicoli plug-in. L’Italia, ad esempio, è ben sotto l’uno per cento.

 

Inoltre viene analizzato anche l’andamento di una tecnologia controversa ma sempre più citata negli ultimi rapporti sul clima (IPCC e altri): il CCS, Carbon Capture and Storage, cioè quei sistemi che consentono di catturare la CO2 emessa dalle industrie e stoccarla nel sottosuolo.

 

Secondo un numero crescente di studi climatici, il CCS sarà indispensabile per raggiungere gli obiettivi di riduzione dell’inquinamento su scala planetaria.

 

Eppure, in questa fase esistono soltanto 18 impianti CCS in sei paesi, con una capacità totale pari a 32-40 milioni di tonnellate di CO2/anno, circa lo 0,1% delle emissioni totali.

 

In definitiva, emerge un quadro “misto”, con molti progressi ma anche molte lacune, confermando così la necessità di accelerare gli investimenti in fonti pulite e di tagliare drasticamente le emissioni di gas-serra nei prossimi anni. 

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